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Mi descrivo

Scrivo raccconti erotici per diletto, qui ne pubblico le versioni auto censurate, onde non contravvenire alle regole della community. Per le versioni integrali scrivetemi in privato.

Su di me

Situazione sentimentale

-

Lingue conosciute

-

I miei pregi

-

I miei difetti

-

Amo & Odio

Tre cose che amo

  1. nessuna
  2. nessuna
  3. nessuna

Tre cose che odio

  1. nessuna
  2. nessuna
  3. nessuna

Un uomo previdente. Storia vissuta, versione auto censurata.

 

Di Anna mi aveva incuriosito il nick, (...) una geniale fusione tra inglese e latino, dal doppio significato. La contattai, era di (...) e questo mi forniva sufficienti argomenti per avviare una conversazione scherzosa, essendo un buon conoscitore della sua zona. Seppi che aveva 52 anni, era divorziata, con due figli, e insegnava in un liceo (...).

Dopo il divorzio aveva avuto un paio di storie con uomini della città in cui insegnava, poi nient'altro.

Andammo avanti a scriverci su messenger per qualche settimana, tra facezie e doppi sensi, senza però mai scadere nella banalità o nella volgarità.

Si affrontavano anche argomenti seri, e quasi sempre ci si trovava d'accordo. Poi, non ricordo perché, la nostra corrispondenza si interruppe. Fui io a non scriverle più, forse perché nel frattempo erano migliorati i rapporti con una mia ex, non ricordo bene.

Dopo l'interruzione la ricontattai e la trovai per nulla offesa, anzi, ancora più disponibile di prima, dal che dedussi che le ero mancato.

A quel tempo non usavo la webcam, avevo visto Anna solo in una foto scattata durante un suo viaggio in nord Europa. Stava sulla coperta di una nave, appoggiata alla battagliola, con il vento che le scompigliava un ciuffo di capelli lisci e biondi, sfuggito al nastro che li raccoglieva dietro la nuca. Il viso era quello di una donna comune, senza dettagli particolarmente attraenti e senza difetti che lo imbruttissero. Era il viso tranquillo e un po' malinconico di una madre di famiglia, così come era sobrio il suo abbigliamento, che nella foto si riduceva ad un pesante cappotto nero sotto il quale premeva prepotentemente un seno procace.

I rapporti con la mia ex non davano segni di miglioramento, sicché decisi di prendermi le mie libertà. Chiesi ad Anna di incontrarla. Lei non disse di no, anche se manifestò le sue preoccupazioni, perché non le era ancora mai capitato di incontrare qualcuno conosciuto in internet. Le suggerii io stesso di vederci in un luogo che fosse abbastanza affollato, e mi resi disponibile per raggiungerla dalle sue parti. Lei invece preferì venire da me, mi disse che le piaceva la zona in cui vivevo e una gita in macchina l'avrebbe fatta volentieri. Fissammo l'appuntamento assecondando la sua agenda, fu stabilito un giorno feriale, sarebbe venuta di pomeriggio, appena liberatasi dagli impegni scolastici. Il luogo scelto per l'incontro era una piazzola di sosta lungo la statale che collegava i nostri due paesi.

A quel tempo possedevo una casetta di campagna, tutta in pietra, invidia di tutti i passanti per la sua caratteristica bellezza. Ne avevo appena completato il restauro e l'avevo anche arredata, sebbene risultasse ancora un po' disadorna. Non v'erano quadri alle pareti, soprammobili, piante ornamentali e tutto ciò che rende l'idea di una casa vissuta. Perfino i letti erano sprovvisti di lenzuola, così come il bagno lo era degli asciugamani. Pensai di dover provvedere almeno alla biancheria: “Perché non si sa mai”, mi dissi. E così, al mattino, mi recai presso un negozio di articoli per la casa. Comprai lenzuola e asciugamani di primissima qualità e tornai alla mia casetta di campagna. Appesi gli asciugamani in bagno e preparai il letto con le lenzuola nuove di zecca, purtroppo non avevo il tempo di lavarle ed asciugarle per eliminare quell'odore di appretto che si era sprigionato appena aperti i pacchi di cellophane . “Pazienza”, mi dissi. “Tanto non credo proprio che serviranno”. Poi andai in pasticceria e comprai dei pasticcini alla pasta di mandorle con amarena, di cui conoscevo già la bontà, quindi al supermercato presi una bottiglietta di Recioto della Valpolicella. Anche quelle prelibatezze, come le lenzuola, sembravano destinate a rimanere intatte, perché un dopo cena a casa mia non era previsto, Anna veniva d me per una serata al ristorante, una bella chiacchierata, bacetto e ritorno a casa. Oltretutto lei aveva anche un bel pezzo di strada da fare al ritorno.

Finalmente giunse l'ora dell'incontro. La chiamai al telefono, le mancava poco all'arrivo. Mi descrisse la sua automobile, un modello coupé di una marca straniera che non avrei potuto confondere con altre, dato che dalle mie parti ne circolavano sì e no un paio. La vidi sbucare dall'ultima curva, ero un pochino emozionato, non avvicinavo una donna da un anno, con la mia ex avevo avuto per lo più colloqui a distanza, e comunque incontrare un'amica di chat per la prima volta è sempre un tuffo al cuore.

Parcheggiò, le aprii la portiera. Ci salutammo con un bacio sulla guancia, poi ci staccammo, come a volerci esaminare a vicenda. Beh, mi vidi davanti una perfetta sconosciuta, nulla o molto poco a che vedere con la persona che avevo visto in foto. Lì avevo visto una tranquilla madre di famiglia, acqua e sapone, qui mi trovavo di fronte una una donna che aveva usato tutte le armi di seduzione che la cosmetica può offrire. I capelli insignificanti della foto erano diventati mossi e voluminosi, la pelle aveva preso colore con leggere spolverate di fard, pennellate di mascara avevano annerito le ciglia mettendo in risalto gli occhi chiari. Il pesante cappotto nero era diventato uno spolverino rosa, appena più lungo dell'abito a fiori sottostante, piuttosto scollato, che non arrivava a coprire le ginocchia. Le gambe non le avevo ancora mai viste, neanche in foto. Non erano perfette, robuste anziché no, ma ben modellate. Il seno, liberatosi dal peso oppressivo del cappottone nero, danzava allegramente agitando le pietre di una collana lunga e pesante.

Ero sorpreso, avrei preferito riceverla in versione acqua e sapone, come da foto. Cavolo, era un po' troppo appariscente! Mi sarei trovato perfino in leggero imbarazzo dovendola presentare a qualche conoscente eventualmente incontrato (come era probabile che accadesse) al ristorante. Io poi ero vestito al mio solito modo, in jeans, pullover e giubbetto primaverile, non eravamo certo assortiti al meglio!

Sorrise, mettendo in mostra denti appena un po' sporgenti, uno di quei difettucci che possono rendere una donna più sexy, e questo era il suo caso. Sorrise come a voler nascondere l'imbarazzo che fingeva di provare mentre mi confessava di avere urgentemente bisogno della disponibilità di un bagno.

 

Non ci sarebbe un bar, qui vicino?” mi chiese.

 

Sì che c'era, il bar, ma io mica ero così sprovveduto da accompagnarla lì!

 

No, di bar qui vicino non ce ne sono, e poi, scusa, perché dovrei accompagnarti in un bar, quando a due passi da qui c'è casa mia?”

 

La tua famosa casetta di pietra tanto carina?”, glie ne avevo parlato in chat.

 

Sì, eri curiosa di vederla, no?”

 

Ok, però solo il tempo di vederla e di approfittare dei tuoi servizi”

 

Allora perché non mi segui in macchina, così poi la lasci là?”

 

Buona idea”, disse, e ci avviammo verso casa mia.

 

Dopo pochi minuti le aprivo il portone e le indicavo il bagno, quello del piano di sopra, dove avevo appeso gli asciugamani. Quando ebbe finito le mostrai, sempre al piano di sopra, la cameretta e la camera da letto.

 

Ma è tutto nuovissimo! Non ci hai mai dormito, qui?”

 

No, pensa che le lenzuola le ho comprate proprio stamattina”.

 

Sollevai la copertina, anche quella comprata in mattinata, e le mostrai le lenzuola, decorate con disegni di scoiattolini, foglie di quercia e ghiande, tutto in tenui colori pastello.

 

Ehm, ma come mai proprio stamattina sei andate a comprarle?” Mi chiese con un sorriso malizioso.

 

Prima o poi dovevo comprarle, no? Ci tenevo a farti trovare una casa accogliente”

 

Uhm, senta un po', giovanotto”, mi fece con un finto tono severo, da professoressa, “non si sarà mica fatto strani programmi, per la serata? Le ricordo che mi ha invitata a cena, e non qui, ma al ristorante!”

 

Certo, certo”, le risposi, “ma è ancora presto, e non le ho fatto ancora vedere il salotto, la cucina”, risposi dandole anch'io del lei.

 

Tornammo al piano terra, le mostrai la cucina e finalmente approdammo in salotto. Non c'era televisore, non c'era nulla che potesse distoglierci dal dialogo con cui intendevo incalzarla per condurla sull'argomento che più mi premeva.

Si accomodò sul divano e io la seguii sedendo al suo fianco.

 

Beh, perché non ti sei seduto sulla poltrona?”, mi chiese.

 

Il divano è più comodo”, le risposi avvicinandomi a lei ancora di più.

 

Per parlare non è meglio stare uno di fronte all'altro?”

 

Per parlare sì”.

 

E noi quello dobbiamo fare: parlare”.

 

No, io ti devo ghermire”.

 

Che devi fare, tu?”

 

Ghermirti”

 

Scoppiò in una risata.

 

Ma come ti vengono in mente?” disse. “Se avessi un allievo come te , così ricercato nell'uso delle parole, gli metterei dieci e gli darei pure un bacio in fronte”. “Comunque tu non ghermisci un bel niente”, aggiunse.

 

E a me perché non lo dai, un bacio?”

 

Giovanotto”, disse riprendendo il finto tono professorale, “lei forse ha bisogno di una doccia fredda”.

 

Mi avvicinai ancora un po', e lei indietreggiò, fino al bracciolo del divano.

 

Ma insomma, stia al suo posto!”, esclamò. Fingeva di arrabbiarsi, ma il sorriso la tradiva. Avevo capito che la situazione la stuzzicava, doveva solo trovare il coraggio per lasciarsi andare, era solo questione di tempo. Guardò l'orologio, forse sperando che fosse ora di andare a cena, o forse sperando il contrario, chissà, ma intanto le ero già addosso, la baciavo su una guancia. Lei fece per alzarsi ma io, prontamente, le cinsi il braccio intorno al grembo e la trattenni sul divano.

 

Ti prego, ci conosciamo da appena un quarto d'ora! Non avere fretta, dai!” disse.

 

Le rispondevo con i baci, ora sul collo, anche se non riuscivo a dare continuità alla mia azione, perché si dimenava a più non posso. Riuscì ad alzarsi ma in un lampo fui dietro di lei, le avvinghiai i fianchi e la strinsi a me. (...)

 

No, no... non sciupare tutto”, mi supplicava.

 

(...)

 

Ci rilassammo un po', andai giù a prendere i pasticcini e il vino, che avevo nascosto in un pensile della cucina.

 

Ah, ma allora era tutto premeditato!” Esclamò quando le porsi quelle bontà.

 

Sono un uomo previdente”, risposi.

 

(...)

 

Guardò l'orologio, era quasi mezzanotte, e aveva almeno un'ora di macchina da fare, per tornare a casa.

Andò sotto la doccia, fu la prima ad usarla in quella casa, e fu la prima ad usare quegli asciugamani, ad avvolgersi tra quelle lenzuola.

La guardai mentre nuda vagava per la stanza: non era una bellezza assoluta, ben lontana dallo splendore della mia ex (...).

Mentre faceva la doccia mi affacciai alla finestra. Pioveva, una dolce pioggia di primavera. Pensai alla mia ex, per un attimo mi sentii in colpa, come se l'avessi tradita. Poi Anna uscì dal bagno e mi distolse da quei pensieri. Era avvolta fino al seno nel lenzuolo da bagno, e un altro asciugamani lo teneva avviluppato intorno alla testa, come un turbante. Mi eccitai ancora una volta a guardarla, ed avrei ricominciato, anche lei lo avrebbe voluto, ma i figli la aspettavano, sebbene fossero stati avvisati del rientro a tarda ora.

Si rivestì e la accompagnai alla macchina. Ci scambiammo ancora un bacio, con lei dentro l'abitacolo ed io fuori, incurante della pioggia.

 

Arrivederci”, mi disse, col motore già acceso. “Piacere di averla conosciuta”, aggiunse con un sorriso malizioso.

 

Piacere tutto mio”, le risposi. Dopo pochi secondi la vidi scomparire nella nebbiolina che avvolgeva le colline.

L'amico Max. Prologo di una lunga storia a episodi, versione autocensurata

 

Venerdì, 5 febbraio 2016

 

Max è tornato, ha fatto il suo ingresso trionfale in enoteca, stasera, districandosi tra una folla di vecchi amici che gli tendevano la mano, mentre le donne lo mangiavano con gli occhi.

E’ tornato dopo due anni, nessuno sa dove sia stato, cosa abbia fatto in tutto questo tempo.

Io non gli sono andato incontro, non sono un amico come gli altri, io. L’ho aspettato al tavolo mio e quando lo sciame s’è posato è venuto. Mi aveva visto, entrando, e aveva notato Arianna, la mia ragazza, come lei aveva notato lui.

Ci siamo abbracciati, poi gli ho presentato Arianna. Lei non è di qui, è arrivata pochi mesi dopo la partenza di Max. Non lo aveva mai visto prima, glie ne avevo sempre parlato con una certa vaghezza. Ci siamo seduti, io ho continuato a mangiare il mio filetto ed Arianna il suo risotto. Lui ha ordinato un rum pregiato, aveva già cenato. Max intenditore di rum è una novità.

 

Ma non sarai mica stato a Cuba, tutto ‘sto tempo?”, gli ho chiesto.

 

Anche”, mi ha risposto lui, “ma non per molto”.

 

Inutile chiedergli di più.

Arianna, come tutte le altre, non gli levava gli occhi di dosso. Spesso, troppo spesso, i loro sguardi si incrociavano.

Max ha fatto un po’ di domande per aggiornarsi, sulle persone che non aveva ancora incontrato, sulla vita della città. Non si è trattenuto molto al nostro tavolo, altri amici lo reclamavano. Ci ha salutato, ha lasciato quasi tutto il rum nel bicchiere, poi abbiamo visto che al banco ne ha preso un altro. Non sarebbe stato da lui, girare per il locale con un bicchiere in mano.

Ero irrequieto, come se presentissi un terremoto, un’esplosione atomica. Appena finito di cenare ho proposto ad Arianna di tornarcene a casa. Lei avrebbe voluto rimanere ancora un po’, ma le ho detto che non stavo bene. In realtà mi turbava troppo, vederla seguitare Max con lo sguardo. Stavo provando sensazioni sconvolgenti, che non avrei potuto spiegarle, non prima di averle chiarite a me stesso. Per questo mi sono alzato, con un senso di vertigine, ancora prima che lei acconsentisse ad andarcene, quasi costringendola a seguirmi. Sono andato alla cassa, ho pagato e poi salutato Max che era lì vicino. Lui ha cercato Arianna con lo sguardo, l’ha trovata sulla porta e l’ha salutata con quel suo sorriso micidiale. Lei ha risposto ricambiando il sorriso e agitando la manina, come si trattasse di un vecchio amico.

 

Domenica, 7 febbraio 2016.

 

Io e Arianna siamo appena tornati dal fine settimana. Lo abbiamo trascorso nella mia casa al mare, d’inverno ci piace stare in quel posto, leggere col crepitio del fuoco in sottofondo, passeggiare a lungo sulla spiaggia. Lei viene dal nord, ha ottenuto una cattedra presso una scuola media della nostra cittadina e si è trasferita qui, con molto coraggio, ricominciando da zero. E' laureata in storia, nel suo curriculum ci sono diverse pubblicazioni. Qui insegna lettere. Stiamo insieme da un anno e mezzo, ci siamo conosciuti in libreria, l'occasione era la presentazione di un libro sulle popolazioni laziali di epoca pre romana. Vado spesso in libreria, è uno dei miei luoghi preferiti, non ho mai accantonato l’interesse per la cultura e per le lettere in particolare, sebbene abbia interrotto i miei studi universitari molti anni fa, a seguito della morte prematura di mio padre.

Non si pensi che mi fosse venuto a mancare, per quella triste dipartita, il sostegno economico della famiglia. No, i miei erano ricchi. Ma dovetti scegliere. Mia madre mi fece intendere che sperava nel mio aiuto per la conduzione dell’azienda di famiglia, la creatura seconda soltanto a noi figli nella graduatoria degli affetti tenuta dai miei genitori. E la stesa speranza mi fu espressa da mia sorella, che si era sposata da poco e già si accarezzava il pancione abitato dal nascituro primogenito. Mi ritrovai a dibattermi, per qualche mese, tra i miei sogni di gloria letteraria e la realtà tangibile di una ricchezza perfino imbarazzante per me che facevo lo studente rivoluzionario nei circoli di sinistra della capitale. Alla fine gli affetti e, diciamolo onestamente, la prospettiva di una vita agiata, l'ebbero vinta sugli ideali. Giunsi però ad un patto con me stesso: avrei lavorato, accumulato ricchezze, ma ne avrei impegnato una parte in attività di promozione sociale. E, soprattutto, non avrei mai rinunciato al tempo necessario per leggere un libro, visitare una mostra, ascoltare un concerto.

Per questo Arianna l’ho vista fin dal primo momento come la mia compagna ideale. La incontravo spesso in occasioni di quel genere. Colta, profonda, gentile. Mi aveva catturato con quella sua voce dolcissima, quel suo eloquio cauto, quasi sussurrato. E poi è bella, di una bellezza fuori dagli stereotipi, celata con cura dietro la semplicità della sua apparenza. Una bellezza che non sfugge agli intenditori come Max.

In questi due giorni al mare abbiamo parlato spesso di lui. Arianna ne era incuriosita. Troppo. Ieri sera, a letto, pensavo continuamente a lei e a Max che la sera prima si guardavano e si intendevano in enoteca. Lo confesso, mi sono eccitato a immaginarli che scopavano. Mi son detto: “Chissà se ci pensa anche lei?”. E con il cuore che batteva a mille glie l’ho chiesto:

 

Stai pensando a Max?”

 

Ma come ti viene in mente?

 

Ci stai pensando, di' la verità”.

 

Ma perché devo per forza pensare a Max?”

 

Perché è un gran figo”

 

E allora? Secondo questa logica dovrei pensare anche a Luca Argentero e a tutti gli strafighi del mondo, quando sto a letto con te?”

 

Ho sorriso, volevo fosse chiaro che non ero arrabbiato. “Luca Argentero non era al nostro tavolo, ieri sera”.

 

Un vero peccato, che non ci fosse”.

 

Stronza”, le dico sorridendo ancora. “Comunque, Max se lo mette in tasca, Luca Argentero”.

 

E va bene, stavo pensando a Max, da ieri sera non faccio altro che pensare a lui. Stavo proprio pensando se non è più bravo di te a letto. Contento adesso?”, e mi ha guardato negli occhi, con un sorriso ambiguo, provocatorio.

 

Non ho retto il suo sguardo, mi sono disteso su di lei (...)

 

Sei proprio una stronza!”, le ho sussurrato nell’orecchio (...)

 

Arianna è di una prontezza e di un acume di cui ti accorgi al primo scambio di parole, ma nessuno, a vederla, sospetterebbe la sua sottile (...). Aveva intuito qual era il mio gioco, dove sorgeva la mia eccitazione.

 

Sì, Max, (...)”, invocò sussurrando.

 

Ebbene sì, mi chiamo Giacomo. Ho sempre detestato il mio nome, ma tutto sommato lo sopporto. Quello che mi manda in bestia è il diminutivo, e lei lo sa. In quel momento, però, quel suo sfottò mi eccitava da impazzire.

 

(...)”.

 

Mmm, davvero interessante”. Ha aggiunto lei, sempre con quel tono provocatorio.

 

(...)

E così sono scivolato al fianco di Arianna e son rimasto a guardare il soffitto, con la sua mano che mi accarezzava i capelli.

 

Ma davvero (...)?”, mi ha chiesto all'improvviso, dopo un lungo silenzio, con una ritrovata dolcezza nella sua voce.

 

"Sì, (...) più di una volta", e ho cominciato a raccontare.

 

Continua.

 

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