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dave99

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Capricorno

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Mi descrivo

Forse debbo una precisazione.Non è facile descriversi: poche parole non rendono nessuna idea,ma fanno credere spesso quello che non si è, per questa ragione ho preferito aggiungere piccoli pensieri,e piccoli racconti,credo che rendano meglio l'idea. Ovvio tutto questo è per chi é interessato o curioso di approfondire....

Su di me

Situazione sentimentale

-

Lingue conosciute

-

I miei pregi

-

I miei difetti

-

Amo & Odio

Tre cose che amo

  1. nessuna
  2. nessuna
  3. nessuna

Tre cose che odio

  1. nessuna
  2. nessuna
  3. nessuna

La Stilografica

La stilografica  prende vita nella mia

mano,penna ormai antica , carica di ricordi.

Il pennino scorre morbido sul foglio e per una piccola magia ritorna al passato.

Un passato lontano che si è smarrito nel lungo tragitto del tempo. Ora solo frammenti di memoria,un ricordo sbiadito ma, persistente  nella mente.

Un bacio: quel bacio in quella che sembrava  sera,con quell'abetaia oscura alle nostre spalle. Tu: alta,quasi austera, io: fragile , smarrito  e spaurito

  Attimo, momento bellissimo, al limitare di un mondo sconosciuto.

Tutto svanì : bruscamente, strabuzzando gli occhi e sordo alle voci  agitate intorno a me.

Ti ho cercata per anni e anni. Quanti ne sono passati...troppi.

A volte percepivo una presenza gentile a ricordarmi quel momento,quel bacio,il primo ricevuto e mai così ricambiato.

Ora sento che tornerai....Quanta è stata lunga e dolorosa questa attesa! Timoroso.... credo di sapere chi sei e grato di quanto amore mi hai donato.....a te mi abbandono .               anonimo 

Morti dentro

È stato un eterno litigio,cosa normale,le parole erano volate pesanti e grevi,come avvoltoi  affamati in attesa di divorare i resti di una storia breve e lunga. Breve nel tempo, lunga nella sua intensità. Soprattutto assurda,nata nella confusione e nell’incomprensione. Parole lanciate come dardi con l’intento di ferire alla fine hanno raggiunto  l’obbiettivo lasciando sul terreno un  morto dentro.

LA PROPOSTA (Parte seconda)

posso provvedere subito, qualcosa di adatto dovremmo averlo. Non aprii bocca, ma non riuscii certo a impedirmi di formulare un pensiero “… ma questo legge nella mente, doppio*azz* ha sicuramente letto pure questo. Che pasticcio, qui la privacy è come quella di un cittadino con il fisco. Tralasciamo questi pensieri cosi terra a terra, concentriamoci sul presente, chiamiamolo così. Mi sarei aspettato che per magia, no scusate, ma per potere divino sarebbe comparsa una poltroncina, magari in pelle bianca, come ho visto una volta in una pubblicità in tv, dove pure ti servivano un caffè delizioso. No, invece no, sentii del traffico dietro alle mie spalle ed entro un tizio o una tizia, di bianco vestito-a Non ci crederete, con le ali, proprio, come ce li immaginiamo noi, nella nostra fantasia. Un angelo: bocca aperta occhi spalancati: l’aspetto della sorpresa che assume l’idiota, il mio. L’Angelo in questione introdusse una sedia con braccioli, niente di che, nessun stile, proprio una di quelle artigianali di una volta, la mise accanto alla scrivania e con un sorriso celestiale nel volto angelico, con gli occhi splendenti tra il ceruleo e l’oro, mi fece cenno di accomodarmi. Non si poteva non accettare, anche se per innato istinto di educazione mi veniva in mente la frase: si accomodi lei prego. Antica forma di cortesia, antidiluviana, per rimanere sulle soglie di questo mondo. Mi sedetti con un sospiro di sollievo, mi sentivo improvvisamente stanco sia fisicamente che moralmente. L’angelo svanì silenziosamente come era venuto. Ebbi il dubbio che era stata tutta una sceneggiata a mio uso e consumo. Un’illusione, come nei film per famiglia tanto cari alla tv. Pazienza, anche se non capivo il perché di tutto questo temporeggiare. Il tempo scorreva, silenzioso, la figura che a malapena intravvedevo rimaneva immobile in contrasto con quella luce violenta che entrava dal finestrone alle sue spalle. Provai il desiderio di un paio di occhiali da sole.

Dopo un certo periodo di tempo, in un silenzio assoluto mi porse attraverso alla scrivania una cartella, di quelle tipo ufficio, abbastanza voluminosa, ma non in maniera eccessiva. Tenga -disse- consegni questa per favore all’ufficio di fronte. Perplesso presi con un gesto automatico quanto mi porgeva-vada – riprese- è la prassi- Alla faccia della burocrazia, pensai, ricordandomi poi che quello che pensavo era di pubblico dominio, ma alla fine che importanza aveva? Meglio così, non avevi la soddisfazione di dirgli in faccia quello che pensavi, ma per chi ti stava di fronte era la stessa cosa. Tutto qui, avevano letto in me il mio problema, lo avevano esaminato senza appello, preso una decisione e la pratica, quella cartella, andava in archivio. La risposta al mio appello? alla mia proposta? niente. Né un si né un no, nemmeno presa in considerazione. Che sistema, meglio sulla terra, almeno lì ti mandano una lettera con tanto di intestazione e la firma di un alto funzionario per dirti che sono spiacenti ma che la richiesta non era sta accolta, per i seguenti vari motivi, bla bla bla, tutti elencati. O alla peggio per l’assurdità della richiesta stessa o perché non era cosa di loro competenza. Un trattamento così spiccio non me lo aspettavo, senza tanti riguardi presi la cartella chiusa con un elegante nastrino azzurro, mi alzai, e senza nemmeno prendermi la briga di salutare, uscii. Non sbattei la porta solo perché era impossibile farlo. Mi diressi a quella di fronte e senza bussare entrai. Qui l’ufficio che mi accolse non era affatto luminoso, c’era un ometto, con gli occhialini cerchiati d’oro a pince-nez che era chino su un qualcosa, a cui non feci molto caso. Gli porsi la cartella, lui la prese e poi distrattamente la pose da un lato -bene così – disse – può andare - dove? - chiesi. Mi guardò attraverso gli occhiali, che rendevano i suoi occhi simili a due uova pronte per un piatto di asparagi alla milanese – diamine, da dove è venuto.

-tutto qui? – chiesi cocciuto Si tutto qui rispose l’ometto, forse era un angelo anziano prossimo alla pensione, La strada per uscire la conosce –è il corridoio a destra appena fuori da questo ufficio. -ma – feci dubbioso – la mia richiesta? -Ha avuto il suo iter, indicando con la mano il fascicolo che avevo portato. Si ma la risposta? – insistei -non la conosco, io debbo solo riporre la pratica in archivio, non so altro – aggiunse secco. Ero sempre più sconcertato e anche incazzato, che sistema, non ho praticamente parlato con nessuno, il colloquio richiesto non aveva avuto luogo, e non mi era stata data nessuna risposta. Una soddisfazione! Era troppo, ma capivo pure che impuntarsi, e mettersi a protestare a voce alta, magari dicendo voglio parlare con un suo superiore non avrebbe sortito nessun effetto. Forse si, ma talmente negativo che era meglio andarsene, deluso e sconfitto come accade spesso nella vita. Varcai la porta da cui ero entrato, questa svanì alle mie spalle e non potei nemmeno sferrarle un calcio per esprimere il mio risentimento. Ero di nuovo in quella micro radura, da me così diligentemente spazzata, di nuovo sotto quell’alberello. Sconsolato e vinto. Rannicchiato con la testa china tra le mani a meditare ed a piangermi addosso come mi diceva spesso la mia amica Adriana. Qualcosa non va? – di nuovo una voce Ma questa è una persecuzione pensai alzando il capo. Avevo davanti a qualche passo di distanza, un signore alto, slanciato, ben vestito. Un completo sportivo, un po’ fuori moda, ma elegante, un paio di scarpe di vero cuoio, anch’esse in po’ retrò, di stile anglosassone. Mi guardava dall’alto della sua statura. Un signore di mezza età, con un volto ancora liscio, senza segni marcati del tempo, dalla carnagione chiara, con i capelli scuri pettinati all’indietro piuttosto corti, con sfumature di grigio. Occhi dal colore indefinito, labbra sottili, mento piuttosto deciso. Mai visto in vita mia, questa era in realtà la cosa più importante.

La domanda era gentile, il tono quello di una persona incuriosita e nel contempo preoccupata. Decisamente la mia postura aveva attirato la sua attenzione, e la curiosità lo avevo spinto a pormi la domanda. -no no, va tutto bene – risposi cercando di alzarmi e darmi un contegno più disinvolto. Mi sentivo imbarazzato, non ero certo nelle condizioni migliori, in piedi, magari appoggiato con una mano all’albero, avrei potuto fare ancora la mia figura. Così, accovacciato, dovevo sembrare un vecchio barbone in attesa di smaltire la sbornia procuratami con gli spiccioli dell’ultimo giro di accattonaggio. Feci un tentativo d’alzarmi, puntai le mani sull’erba in cerca di appoggio per darmi lo slancio, ma il signore che avevo di fronte, interruppe il mio sforzo. Andiamo bene, che non sia un rompiballe o peggio? Ci manca anche questo, pensai. Che cavolo glielo fa fare. Curiosità, ha tempo da perdere, Pietà? Ma manco se ne parla, oggi la pietà e tutti gli altri accessori tipo misericordia, solidarietà ecc. sono solo ricordi. Ognuno fa per sé, chi resta indietro è perduto, nessuno più si ferma. Non è vero! a volte ti aiutano, specialmente quando sei li fermo irrigidito e silenzioso ed emani un cattivo odore. Allora passano a raccoglierti e provvedono alle tue necessità, che sono a ben pensarci anche le loro, anzi più loro che tue. Sempre a fare considerazioni balorde. Hai una brutta mania, sei un pessimista, lo sei sempre stato fin dalla nascita, piantala una buona volta. Sempre questa Adriana, con il suo tono sferzante. Vengo volentieri da queste parti, incominciò il signore che voleva farmi compagnia, una passeggiata tutti i giorni, fuori dalla città, fa un gran bene alla salute. Ammetto che qui siamo solo in periferia, ma aiuta comunque. E’ la prima volta che la vedo, da queste parti, io passo di qui più o meno a quest’ora, forse lei ha altri orari.

Stava piegato sulle ginocchia, come se niente fosse, senza dondolio, con le mani sfiorava l’erba, e alla fine trattenne uno stelo tra le palme delle mani congiunte. Io lo osservavo silenzioso, non ero certo di buon umore, poi di che diavolo potevamo conversare. Pensavo: bei posti per fare passeggiate con tutto quello che ho raccolto proprio qui! Solo a vederlo e facendo le dovute considerazioni, tra lui e me c’era una distanza abissale. Parliamo del tempo, pensai, è un argomento neutro, non fa male a nessuno. Basta non scivolare dal tempo alla sua influenza sull’uomo, tipo reumatismi, sciatiche ed accidenti vari. Magari se ne va subito, quando capisce l’antifona ed io ritorno a meditare su quanto mi è accaduto. Non sono un frequentatore di questi luoghi, risposi, oggi è un caso che mi trovo qui. Non credo che avrò occasione di ritornarci. -Ha approfittato della bella giornata – mi rispose considerano l’aria intorno Che cosa gli dico ora, mai si, la solita risposta, mezza verità. -Oggi avevo il desiderio di approfittare della bella giornata e ho fatto i soliti quattro passi senza meta. -E’ stata una buona idea – aggiunse -Però quando l’ho vista, mi sembrava che non stesse bene, e poi mi perdoni la mia curiosità, quando ha alzato il viso mi sono chiesto, sembra molto anziano, che fa qui da solo? Lo so, la mia è una impertinenza, ma sono un tipo curioso, e poi di un’altra epoca, forse lo intuisce dal mio modo di vestire. Ma guarda questo, che parlantina! Pensava che uscissi con la badante appresso. -ho una certa età, risposi, gli anni passano veloci e non hanno ancora preso l’abitudine di fermarsi. Sorrise alla battuta, direi tanto per compiacermi. È il ciclo della vita, in tutti i suoi passaggi, se si ha la fortuna di farli tutti. Continuai.

Fece cenno con il capo, come approvazione di una osservazione così banale. Ancora, pensai che il suo modo di fare era tanto per compiacermi, cercando di evitare quell’aria di superiorità che avrebbe dovuto assumere davanti a tante ovvietà. Si può sapere a cosa mira costui? Cosa si cela dietro questa affabilità che non mi convince? Che vuole da me? La mia fantasia incominciava a galoppare e l’immaginazione correva con lei. Un rapinatore? Un serial Killer? ma sei scemo? Magari è gay? Risata interiore, un gay che cerca approcci con un ottuagenario? Peggio, sarebbe messo male, molto male, più di me. Stiamo a vedere, alla fine si scoprirà a cosa mira. Con tutti questi pensieri stravaganti che mi frullavano nella testa, avevo fatto una pausa prolungata, simile a quelle dei dipendenti dell’ufficio raccolta domande di Nostro Signore, che anch’io incominciassi ad abituarmi a considerare il tempo una eternità? Vedo che è immerso nei suoi pensieri – riprese il signore vestito elegantemente – non vorrei disturbarla, ma ho l’impressione che stia rimuginando qualcosa. Ho qualche esperienza, ed ho colto nel suo atteggiamento di prima un senso di delusione, come se gli fosse accaduto qualcosa che non s’immaginava e che gli ha dato una pessima impressione. Mentre parlava continuava a trastullarsi con sto filo d’erba che tratteneva tra le mani, la cosa accresceva il mio nervosismo. In effetti si, devo essermi addormentato e debbo aver fatto un sogno poco piacevole. Per fortuna la sua venuta mi ha svegliato, così è sparito nel nulla. Le sono grato. Cosa cavolo sto dicendo, invece di dirgli, ma Lei non può impicciarsi dei fatti suoi, che cazzo è venuto a fare da queste parti, mi ha spaventato quasi, se ne vada, continui la sua passeggiata, e non mi rompa i coglioni. Mi sono invece messo a parlare come se fossi seduto in un salotto con le poltrone di velluto, con in mano una tazzina di fine porcellana sorbendo un thè. Dialogando con fare cortese e pure affettato ad un damerino seduto davanti a me. Che mi prende?

Non è nulla - riprese – è stato il caso, passavo di qui sulla strada del ritorno e l’ho vista, non volevo disturbarla ma mi è parso opportuno farlo. Dagli, ma questo da dove viene, mi sembra di essere tornato indietro di secoli, che gli rispondo? Ora mi alzo e faccio pure l’inchino e poi scappo. Comunque la ringrazio – dissi – mi ha svegliato da un incubo, ora tutto è passato. - sicuro? - riprese - spesse volte gli incubi sono così vividi da sembrare realtà, si confondono con essa. Anche per i sogni succede la stessa cosa, certe volte sembrano così veri, che quando ci si risveglia ci vuole un po’ per distinguere la realtà dal sogno. I sogni comunque sono più piacevoli e qualche volta bellissimi. Le è mai capitato di farne? - capitano a tutti di farne – risposi –sia gli uni che gli altri, gli incubi si attribuiscono ad una cattiva digestione, così si delimita subito il problema; i sogni, uhm i sogni dipende da cosa trattano. C’era un tale tempo fa che ne ha fatto uno studio, ma non mi ricordo più chi sia - Freud – interloquì il signore- mi ricordo il nome Si proprio lui, confermai, ma oramai sono teorie passate di moda, ora credo che ce ne siano altre, più moderne. Intanto guardavo le sue mani che continuavano a circondare quello stelo d’erba. Mi facevano venire un nervoso. Mi veniva voglia di strapparglielo dalle mani, se lo avesse lasciato in pace, o lo avesse colto sarebbe stato meglio, più tollerabile. Poteva anche metterselo in bocca a modo di stuzzicadenti, masticarne un pezzo. Poi un filo d’erba, non uno stelo di un fiore con il fiore compreso, mah lasciamo stare. Cerchiamo di guardare altrove. Ma ritornando a lei – riprese – il suo era un incubo o un sogno?

La domanda mi colse di sorpresa, ma che cosa vuol dire, mi sembra inopportuna.Non si allarmi – mi disse, forse aveva colto un mio moto di sorpresa e di ribellione – è una domanda puramente teorica, che si adatta alla sua recente esperienza. Direi- riprendendo il filo del discorso – che è incominciato come un sogno stravagante ed è terminato con un incubo. Anzi come una grande delusione. Certi sogni hanno del fantastico, sono irreali, ed è ovvio che al risveglio lascino un senso di vuoto e di delusione. Così, senza accorgermene ero scivolato nella confidenza. Pensandoci bene, dovevo pur sfogarmi con qualcuno. Dopo una fregatura del genere, uno per non esplodere deve pur raccontarla. Alla fine meglio un estraneo in cui al massimo avrebbe destato curiosità, o che la stravaganza del racconto lo avrebbe portato a pensare che sei un suonato da cui, dopo avergli detto che condividevi l’estrosità del suo sogno e la strana conclusione così assurda, dal sapore grottesco, avrebbe tagliato la corda, con un sospiro di sollievo. Mi ascoltò senza interrompermi, sembrava attento e concentrato. Cosi mi ero illuso. L’unica cosa che mi urtava era quel maledetto stelo d’erba con cui giocherellava. Alla fine, quando avevo terminato, tirando un respiro di sollievo liberatorio, il distinto signore di una eleganza un po’ retrò, lascio trascorrere il tempo in silenzio. Ma tutti hanno questa mania? o proprio non sanno che cacchio dire? E vai, almeno un commento, una parola di conforto. Non pretendo una seduta da strizzacervelli gratuita, ma qualcosa no? È ora che me ne vada, sfogato mi sono sfogato, il distinto signore mi ha sopportato, che altro posso pretendere? Che mi allunghi un compenso per il mio racconto? Stavo raccogliendo le forze, per puntellare le braccia sul terreno e darmi la spinta per cercare di alzarmi, senza troppi scricchiolii, con volto magari serio, se non sorridente, comunque senza smorfie che accentuassero lo sforzo quando il signore vestito di una certa eleganza tipo anni venti si decise a dire qualcosa.

Stavo per rispondergli, ma lui mi zittì con un gesto e prosegui-penso che in quello che mi ha raccontato qualcosa di -Certo che il suo sogno è strano, per non dire irreale, ma è sicuro che era un sogno? reale ci sia, almeno l’idea della sua richiesta. Poi le cose non sono andate come voleva lei, sarei rimasto meravigliato che la sua richiesta fosse stata accettata. Se ci pensa bene, non la trova un pochino assurda? Ci rifletta bene. Le scatole, quelle che girano, le mie, erano al numero massimo dei giri, ma chi è costui che viene a dirmi che la mia proposta era assurda, che ne sa lui dei miei ragionamenti e delle mie necessità. Non conosce il libero arbitrio, la libertà di pensiero? Poi il modo in cui mi hanno trattato, a pesci in faccia, altro che bontà divina! In verità non aprii bocca, ero solo pentito di aver narrato la mia piccola avventura, e le sue considerazioni non mi erano gradite. Tormentatore di fili d’erba! La saluto – mi disse alzandosi agilmente – ora devo andare Salve risposi io senza entusiasmo. -una cosa ancora… i quadri alle pareti se li sono fregati i visitatori che l’hanno preceduta. Strani gli umani, aggiunse. Non feci a tempo a rispondergli che era già lontano. Mi sollevai a fatica, spesso mi dico facendolo, è la verità, quando dicono che gli anni pesano. Una volta in piedi, cercai di sistemarmi gli abiti che si erano sgualciti, e nel farlo mi cadde l’occhio su un fiore che prima non c’era nell’erba, mai visto un fiore così, simile ad una margherita, ma con meno petali e molto più grandi, ognuno di colore diverso, armoniosamente disposti, al centro un bottone rosso scuro lucido e vivo come una goccia di sangue. Volevo chinarmi per raccoglierlo, ma mi trattenni non era un gesto bello. Una alzata di spalle e mi avviai zoppicando pensando. ESIBIZIONISTA! E non compresi che era per me.

praga

C’era un volta :tutte le favole iniziavano così.

Era un bel modo per raccontare una storia vera o fantastica che fosse,un modo per sognare o per narrare un fatto accaduto evitando di infastidire troppo chi non gradiva la verità  o tanto meno i pensieri espressi.

Oggi le favole non ci sono più,o meglio qualcuno ne  racconta, qualcuno le vive , ma rimangono circoscritte e silenziose.

E’ quello che accade alle storie vere, quelle che con il quotidiano hanno poco a che fare,per quest’ultimo, esiste  la cronaca,scarna e breve come un riassunto o romanzata e farcita dalla fantasia di un cronista, sulle pagine  di un giornale.

Si leggono per curiosità,ma un attimo dopo c’è se ne dimentica e tutto prosegue senza lacrime o sorrisi .

Poi se la storia non è violenta non ha credito, più sanguinosa e truce è più spazio occupa,allora si scende nei particolari quelli raccapriccianti contornati da pettegolezzi e da si dice, ma anche così dopo pochi giorni finisce l’interesse e nuove storie ne prendono il posto.

Altro spazio lo occupano il Gossip il pettegolezzo futile e scandalistico e tutti siamo felici di sapere cosine così osè  di puttanelle e maschioni  poco degni di essere nominati e vantati come esempio da imitare..

Tra tutti questi avvenimenti ci sono storie più vere, per questo fantastiche e incredibili, percepibili solo ad animi sensibili,che ancora poverini credono nell’amore e nella felicità nella sua forma semplice e pura , ma dove vivono questi ?

Per il vero una di queste strane creature vive qui,non proprio qui, ma abbastanza vicino, sulla riva di un fiume, un fiume che attraversa Praga e la divide in due,la Moldava.

Calmo e lento,maestoso e solenne in questo periodo dell’anno,con il vento gelido che sibila sotto il ponte di  S.Carlo.

Questa strana creatura che credeva nell’amore e nella felicità che da esso scaturisce e che per fortuna vive ancora,nonostante le  vicissitudini che hanno stravolto la sua giovane vita,ha avuto un momento magico proprio sulla riva  della Moldava.

Giovane carina con i capelli scuri,nata per la vita, con il desiderio di viverla e di assaporarne la gioia e aperta all’amore ha avuto una delusione.Si la solita delusione,quella d’amore.

Frequentava l’università,belle lettere,come si dice,ed il suo animo era pregno di poesia e di sogni.

Come quasi sempre accade incontrò il suo primo amore proprio sulle scale della sua facoltà di lettere,in mezzo ad  una rumorosa e scanzonata compagnia.

Sguardi che s’incrociano,cuori che accelerano i battiti.Quella corrente di simpatica che fa vedere tutto sotto un’altra luce.

Praga già belle era diventata ai suoi occhi bellissima,la bella stagione era fantastica e l’aria tiepida le riempiva l’animo di beatitudine.

Era convinta che il suo era un grande amore,l’amore di tutta la sua vita,si sentiva come benedetta e  nella cattedrale in cui si recava, non spesso per il vero,si rivolgeva a S. Vito riconoscente come se il merito fosse il suo.

I primi baci i primi timidi sorrisi e i primi rapporti erano un incanto,quando era tra le sue braccia il mondo le apparteneva. Fuori città lungo le rive fiorite del grande fiume visse momenti incredibili di piena felicità, una felicità senza fine.

Le giornate si susseguivano così : con i loro incontri e i loro sogni , parlavano di una vita insieme lunga e piena di promesse e di cose da fare insieme, la casa, si una casa,non un semplice nido d’amore, ma una casa nel quartiere bene al di la del ponte Carlo a Mala Strana, la parte più bella della città.

Solo sogni di un futuro,mentre si studiava ancora e si passavano le serate in compagnia di amici,o si passeggiava per le vie divenute attrazione per i turisti con le vetrine colme di lusso e di improvvisa ricchezza.

Tutto ha una fine,vicina o lontana  che sia, e anche se si cerca di ignorarla arriva comunque senza neppure guardarci in faccia.

Lei,(*) non lo sapeva ma un pomeriggio al principio dell’inverno,dopo una così bella e lunga estate ed un autunno così carico di colori e di romantici tramonti si sentì rabbrividire,non per il freddo,ma dentro di se qualcosa si stava raggelando,come se all’improvviso l’inverno fosse penetrato in lei,sentiva che stava accadendo qualcosa.

Non lo sapeva ancora, ma mancava poco una sera al tramonto raggiunse il solito luogo dove aveva appuntamento,e questa volta lui, il suo lui non c’era ancora,un ritardo,non era mai capitato,ma  doveva pur accadere,come sempre c’è una prima volta.

Arrivò una mezz’oretta dopo,con passo svogliato e strascicato,le andò incontro,lei gli sorrise pronta a gettargli le braccia al collo come faceva ogni volta per esprimergli la sua gioia ed il suo amore,ma questa volta si trattenne come se nel passo di lui leggesse quello che stava per accadere.

Tra loro ci fu un saluto,quasi formale date le circostanze, e di comune accordo si incamminarono fianco a fianco senza tenersi per mano,dandosi solo brevi occhiate.

Non si dissero molto,ma lei comprese che la bella storia d’amore che aveva riempito la sua vita era finita , si era spenta come la fiamma di una candela agitata dal vento.

Passarono giorni e giorni d’angoscia,di lacrime e ricordi diventati dolorosi. Per molto tempo non s’incontrarono e le poche volte che accadde tra loro rimase solo un debole sorriso  ed un imbarazzo profondo,e gli occhi che prima amavano incrociarsi in mute promesse erano diventati sfuggenti e lo sguardo si perdeva oltre .

Ormai l’inverno era giunto al suo culmine,il freddo era intenso,il cielo fosco e qualche rado fiocco di neve scivolava silenzioso nell’aria per adagiarsi sul suolo.

Era una di quelle sere in cui il tormento ed il dolore erano più vivi,e come spesso le accadeva ripercorreva come una sonnambula la strada dei suoi  momenti più felici.

Quella sera mentre attraversava il grande fiume sul vecchio ponte ebbe la tentazione di fermarsi e di guardare oltre il muretto.

Sotto di lei l’acqua scura scorreva lenta come sempre,formando un piccolo gorgo intorno ai  pilastri che affondavano nel profondo.

Era ormai scuro,e la strada era deserta,le luci fioche e tranne il mormorio della città sulle sponde nient’altro s’udiva.

Si sporse un poco oltre, come attratta da quell’acqua scura come se in essa vi fosse quello che le mancava.

Da quando si erano lasciati,senza nemmeno dirsi o capire il perché la sua vita era cambiata,non frequentava più l’università,aveva perso ogni interesse,la mente era confusa.

Aveva scelto di lavorare,e lo faceva presso un negozietto in piazza Venceslao,nel cuore della sua città, che aveva amato fino a poco tempo prima ma che ora in ogni angolo le ricordava dolorosamente il passato appena trascorso.

L’acqua scorreva silenziosa,le brume della sera si addensavano e i fiocchi di neve sempre più fitti volteggiavano bianchi e scomparivano nel fiume,sembravano un richiamo,un invito a cui non si poteva dire di no .

Teneva il capo chino oltre la balaustra opaca e grigia,come se ascoltasse il richiamo,con i capelli che le scendevano dalla fronte quasi a coprirle il volto.

Quanto tempo è durato questo momento,cosa sarebbe accaduto da li a poco?,ormai era ritta sulla punta dei piedi sempre più protesa verso le acque scure e gelide, solo un attimo ancora,con tutta la sua breve vita che scorreva veloce davanti ai suoi occhi.

L’acqua strusciandosi contro i piloni del ponte produceva un suono leggero,quasi armonioso,una musica che pian piano si amplificava nella sua mente.

Tutto era raccolto in quel momento passato presente e futuro,un solo attimo,un lampo nel nulla.

Ecco che….un suono nuovo la raggiunse…una voce  umana .copri il mormorio del fiume

-Ciao – disse dolcemente – è tardi dobbiamo andare - soggiunse.

Si risollevò di scatto,voltò il capo attonita,sorpresa, intravide solo una figura leggermente curva nella tenue luce.Si stava allontanando,poi si soffermò come per attenderla e appena lei mosse i primi passi prosegui.

La piccola storia dal sapore di cronaca finisce qui….ma non finì sui giornali non ne aveva i requisiti,che peccato vero!

Lei ora è più serena e sembra che abbia superato quel brutto momento e pensa ancora a quell’ombra ,apparsa all’improvviso e all’improvviso, svanita al limitare del ponte,dove la luce delle strade era più intensa.

Storie di Praga,città  amata da Kafka  per la sua strana  vita  così segreta che nessuno osa raccontarla.

Al ricordo di tutto ancora sento una stretta al cuore ed un groppo in gola …una gran voglia di piangere.

 

laulu

Il mio mare si perde lontano, é grigio , é freddo, viola è il cielo , non ha spiaggie su cui sostare...

Il sogno

Svegliandomi mi sono ripromesso: devo raccontare e scoprire il significato di questo sogno. E’ un’azione che debbo a me stesso. Poi riflettendo mi sono accorto che avevo solo pensieri ,che come al solito si rincorrevano e si accavallavano l’uno sull’altro incoerenti e quasi rissosi tra loro. Faccio un tentativo di riordinarli, di metterli in fila,renderli intellegibili,ma alla fine rinuncio e li butto giù come vengono. Sono iniziati così, a casaccio, ancora nel dormiveglia del primo mattino,quando,le ombre dei sogni permangono nella memoria e la realtà del giorno non si è ancora fatta strada. Avevo fatto un sogno, magari solo un flash di pochi secondi. Chissà quanto sono lunghi i sogni? poi che narrano? Nostre azioni,nostri desideri, o storie che non ci appartengono e che nei momenti di abbandono entrano nella nostra mente per narrare di se stesse?

 

Per me  questo sogno ha qualcosa di particolare.  Un sogno di poche immagini, come le ultime sequenze di un film. Un volto, degli occhi di un colore così chiaro quasi simili ad  un’acquamarina. Un volto di giovanetta, e un corpo  appena delineato avvolto in un vestito da ballo,quelli di una volta,lunghi fino ai piedi ed ampi a ruota e stretti in vita. Il colore dell’abito? ,oddio, non ricordo il colore, chiaro,rosa, color panna,mah,non ne ho idea. Ricordo solo quel volto un poco pallido, quel tenue sorriso che increspava le labbra sottolineate da qualcosa di rosa, la mano, piccola, raccolta nella mia , la sua vita sottile avvolta nell’abbraccio del ballo. No, non certo un ritmo di oggi, non un agitarsi  od un dimenarsi come s’usa a ricordo di antiche usanze tribali,ma qualcosa di lieve e soffice, come quando volteggiando si vorrebbe prendere il volo. Un ballo,un ballo incompiuto,perché altre braccia si sono protese, altre braccia ci hanno allontanato l’uno dall’altro,stupito, senza comprenderne il motivo .

 

Ci siamo incontrati una sola volta, quella sera, ad un ballo studentesco. Una favola che avrebbe dovuto incominciare e che si è cristallizzata come per un incantesimo in pochi attimi. Uno sguardo in cui c’era tutto, ammirazione,desiderio,affetto. Due mani che strette nella danza si dissero tutto,comunicando l’una con l’altra apertamente. Dicendosi: sta accadendo  qualcosa di grande,di profondo,ho paura, tremo un po’, non ho mai provato l’amore. Uno sguardo che pregava, una voce interna che faceva vibrare le labbra:  appena una implorazione, non lasciarmi ti prego, non voglio perderti!Come nel sogno, tutto finì, in quelle poche sequenze,nemmeno il tempo di dirsi ci vediamo, magari a scuola, all’ingresso,nel corridoio ,durante l’intervallo .Non ci siamo più rivisti,ne a scuola ne altrove. Nemmeno gli amici a cui chiesi invano di avere sue notizie esaudirono mai la mia richiesta. Svanì come era apparsa,lasciandomi solo un sorriso dolcissimo e triste, due occhi celesti  che mi guardavano con abbandono  e la sensazione della sua mano morbida che stringeva la mia e che al cessare della musica in essa si tratteneva. Sono passati anni da allora,il liceo era ormai alle spalle, e come tutti, guardavo al futuro,lontano dal luogo e dal tempo di questo incontro. Come ci si rassegna facilmente,non tutti siamo così forti da lottare con la tenacia necessaria,ci si consola, e alla fine ci si auto-convince: è stato un sogno, uno scherzo crudele,mi sono ingannato, e così tra una supposizione e l’altra avevo pensato di aver superato la cosa.

Infatti col tempo era diventa la “cosa”  C’era un epilogo diverso in agguato: che mi ha fatto sentire disperato e colpevole. Il caso, l’ironia,la sorte, o qualsiasi altro maleficio di cui abbonda questa terra mi ha portato un giorno , non ricordo neppure il motivo, a visitare un ospedale. Seguendo un medico amico,che mi illustrava la sua attività. Camminando attraverso i padiglioni , un poco annoiato e  distratto ,di questo grande nosocomio,leggevo,  sui vetri smerigliati delle porte, che separavano  i padiglioni gli uni dagli altri ,le dediche ai donatori ,che avevano contribuito alla loro realizzazione. Ad un tratto,incredulo,bloccato, in mezzo ad una corsia con gli occhi sbarrati ed increduli lessi un nome. Un dolore lacerante mi percorse e avrei voluto gridare quel nome e dire no, no, no!. Lei proprio lei, il suo nome spiccava trasparente sul vetro opaco. Nome e cognome cristallizzato nel tempo. Non dissi nulla all’amico meravigliato del mio atteggiamento: lui poi si dilungò a spiegarmi che molto dei nuovi padiglioni erano stati donati da mecenati, in memoria di familiari deceduti. Io assentivo e dicevo che spesso il dolore porta ad opere di generosità a sollievo di altri. Mi sentivo un ipocrita, e l’unica cosa che volevo sapere era cosa era accaduto e quando. Curiosità, desiderio di capire o di consolare me stesso,un miscuglio di sentimenti che esprimevano nel loro insieme un dolore rimasto nascosto per anni. Non seppi trattenere a lungo questa incertezza. Andai pochi giorni dopo a casa di lei,dalla sua famiglia che ben conoscevo, ma sulla porta mi trattenni, non sapevo cosa dire,non sapevo come comportarmi,feci marcia indietro, mi sentivo un estraneo inopportuno, come allora. 

Mi ricordai degli amici di quei tempi ,forse loro sapevano,alcuni erano pure parenti, cugini, se ricordavo, forse alla lontana,ma sicuramente informati. Ebbi fortuna con loro, non si erano allontanati dalla città in cui vivevano fin dall’infanzia,anzi ormai adulti lavoravano nell’impresa di famiglia, ben radicati come si dice. Mi accolsero calorosamente,felici di vedermi dopo tanto tempo, lieti di ricordare le scorribande e le avventure spericolate di un  tempo, quando eravamo una compagnia unita ed affiatata. Piano piano,scivolando da un argomento al’altro,si arrivò a ricordare anche le feste studentesche e il famoso ballo. Ci fu una pausa di silenzio,quasi un senso d’imbarazzo tra noi, come qualcosa che avrebbe dovuto accadere e che  rimasto in sospeso. Un incrinatura nella nostra amicizia, impercettibile, ma che esisteva da allora. Uno dei cugini,il maggiore di due fratelli alla fine prese la parola e a ricordo di quella sera mi disse: ti dobbiamo una spiegazione ,non è che ci dispiacesse se tra  M* e te fosse nato qualcosa, anzi, ne saremmo stati felici.  ti consideravamo come un fratello, ma c’era una cosa che tu non sapevi e giudicammo inopportuno informarti. Soprattutto, avevamo compreso che tra voi si sarebbe sviluppato un sentimento molto forte ben oltre l’amicizia. Ma! - stavo per intervenire - lui fece un gesto secco e m’interruppe. Poi proseguì:  M* era malata,molto malata, e quella sera era un caso che fosse con noi al ballo, era un suo desiderio e noi l’avevamo accontentata prendendoci l’impegno di sorvegliarla e di proteggerla, anzi di custodirla con l’affetto e la dolcezza sapendo la sua situazione.

Così, vedi, ci siamo intromessi: era doloroso e tragico per entrambi , l’illusione di qualcosa che non si sarebbe mai potuta avverare, sarebbe stata una beffa atroce. Non ti chiediamo scusa del nostro modo di agire, siamo sicuri  di aver agito in modo giusto. Ora lei riposa in pace , tu hai la tua vita davanti a te. Il fratello assentiva tacito. Così venni a sapere che morì pochi mesi  più tardi, si spense per uno di quei maledetti mali che la medicina non sapeva curare e di tutto questo ne rimasi ignaro per anni. Accettai la loro versione e le loro decisioni di un tempo,che altro fare? Dentro di me le cose erano ben diverse il mio cuore era in tumulto un senso di ribellione mi si agitava dentro di me: la trovavo una crudeltà  averci separati sul nascere dei nostri sentimenti, e di aver tolto a lei, anche se per poco tempo, momenti di gioia e di felicità. Forse non hanno compreso che l’amore è un dono che si da e si riceve e che non ha misure. Le loro considerazioni così logiche e sagge  erano nella realtà quelle giuste, ma non per l’amore. Di lei solo un nome scritto sull’ingresso di una corsia di un luogo di dolore e di speranza dove non tornai mai più.

Questa è l’interpretazione e conclusione di un sogno,che da anni si ripete,in quelle poche sequenze come il finale di un film, solo una storia interrotta senza la parola fine.

LA PROPOSTA (parte prima)

Anno 2014 d.c. Il mondo è in crisi economica, i continenti che lo compongono soffrono dei grandi scompensi monetari. L’Europa è in grave difficoltà, i giornalisti si affannano a descrivere la situazione a tinte fosche ma con un soffio di speranza che tende al rosa pallido. Hanno sempre un tunnel a disposizione ed uno sguardo acuto per intravedere un bagliore in fondo, ma proprio in fondo. Tra i paesi maggiormente coinvolti c’è pure il paese dove vivo e abito. Sob ! . Quindi per deduzione si giunge alla conclusione che pure io, singolo individuo, sono coinvolto in questa crisi, ed essendo solo una particella di questo sistema, nulla posso fare per modificare la situazione così tragica. Non leggete i giornali comunque, per favore, vi fareste delle idee sbagliate e confuse sulla situazione. Poi quello che dicono non ha alcuna importanza, come nel mio caso in particolare. Così, dopo aver ben ponderato la situazione, controllato le mie finanze, la mia situazione economico-familiare e fatti i dovuti calcoli in previsione del mio futuro ormai prossimo ho deciso di chiedere udienza a chi tutto può e se, quando vuole, nessuno può impedirgli di farlo. C‘è chi lo chiama Dio, chi Nostro Signore e chi Padre Eterno e chi con altri appellativi altrettanto ossequiosi e munifici. Pensando a Lui come Padre Eterno, mi sembrava, l’appellativo migliore con cui rivolgermi in questo frangente. Così ho fatto. Scelto un posto, discretamente isolato, la riservatezza è d’obbligo in certi casi, meglio nella natura che in una città, anche se in quest’ultima, l’isolamento dei singoli non è messo male. Trovato un piccolo spiazzo, abbastanza pulito, solo qualche cartaccia, un paio di bottigliette di birra vuote, una lattina di coca, due preservativi usati seminascosti nell’erba simbolo d’amore o di sesso e poco altro.

Sgomberare il luogo da questi emblemi di civiltà avanzata è stato abbastanza facile. Alla fine si presentava bene, era ritornato discretamente allo stato naturale di un tempo. Dimenticavo, nella micro-radura c’era pure un alberello stentato, con pochi rami, che si protendevano disperati verso il cielo, aveva foglie verdi tondeggianti che dondolavano dolcemente sospinte da una brezza che non percepivo. Non sono un esperto di approcci con il Padre Eterno, non conosco i rituali con cui mettersi in contatto, avendo frequentato poco le persone che hanno il privilegio di avere linee dirette, conoscenze o particolari intermediari a cui raccomandarsi. La soluzione fu di accoccolarsi al piede dell’albero secondo le antiche usanze tribali. (Queste usanze me le sono proprio inventate) Una faticaccia, non sono così giovane e atletico come un tempo, ma nemmeno vecchio come Matusalemme da essergli stato compagno di giochi. Non voglio derubarlo del primato, facciamo una via di mezzo, tanto per dare un’idea giusta dell’età. Le giunture delle ginocchia scricchiolano ad ogni movimento, schioccano come piccole castagnole nei giorni di festa, i muscoli si presentano allentati e penzolanti simili alle peggiori bretelle sfibrate che possiate aver mai visto. Alla fine ci sono riuscito, un simile sacrificio era dovuto, visto l’importanza del colloquio. Rimasi in attesa del mio turno, come è d’uso, nella sala d’aspetto del medico della mutua, sempre che ci fosse un turno per accedere al colloquio da me mentalmente richiesto. Le ore passavano, e non succedeva nulla. Transitò un insetto, non ben identificato, fece il giro delle mie scarpe, chissà, incuriosito della novità o forse perché aveva perso l’orientamento, non c’erano più le bottiglie di birra e la lattina che riluceva al sole che gli indicavano la strada, poi si decise e riparti per ignota destinazione.

Dopo non so quanto tempo mi parve di udire un cigolio, come quello che di solito si sente quando si apre una porta non oliata da tempo e solitamente poco usata. Mi guardai intorno: di porte o di cose simili non ne vedevo, eppure quel cigolio, mi era proprio parso di sentirlo. Rimasi lì, per un po’ senza muovermi, fin quando una voce, un poco seccata e nello contempo ironica non fa. - Se ti prendessi la briga di voltarti, le cose sarebbero più facili - Mi voltai istintivamente, certo di trovare dietro di me una persona, che incuriosita della mia postura mi aveva rivolto qualche domanda che nella mia concentrazione verso l’infinito non avevo udito. Invece no, c’era proprio una porta, non tanto grande e di uno stile antiquato, era poco distante seminascosta dal tronco esile dell’albero ed era aperta: aperta, direi socchiusa, solo una porta senza muri che la sorreggessero. Parlante! Una meraviglia della tecnica. Tanta tecnica per una porta così malmessa che sembrava un invito per i tarli mi parve una esagerazione. Il mio pensiero, in buona parte “teledipendente”, volò ai giapponesi. Loro si sanno fare di questi miracoli, hanno una tecnologia così avanzata! Più che un invito sembrava un ordine e agli ordini si ubbidisce. Incerto mi alzai, con mia sorpresa, senza tutta quella fatica e doloretti persistenti che di solito accompagnano ogni mio movimento. Un passo o due e allungai la mano verso quel portoncino, dall’aria malandata, non aveva nessuna maniglia, lo spinsi con il palmo della mano ed alla fine entrai. Un corridoio lungo e stretto, illuminato, con le pareti di un bianco lattiginoso, un vero schifo, con i segni lasciati col tempo da quadri appesi, ed ora mancanti, ed un pavimento sporco di calcinacci. Lavori in corso pensai, pure qui! Era stupefacente. Sembrava di essere entrato in uno di quegli uffici trasandati di qualche amministrazione del terzo mondo. Guarda che strani pensieri vengono per evadere dal pensiero principale per cui mi ero presentato.

Alla fine il corridoio, non era poi così lungo, sfociava in un’anticamera con due porte una a destra ed una sul lato opposto, di fronte a me una finestra con i vetri opachi, forse smerigliati o forse incredibilmente polverosi da cui entrava una luce soffusa. Sostai dubbioso. Sulla porta a destra c’era scritto il solito cartello tipo ufficio “AVANTI” su quello di fronte “ARCHIVIO” Nessun dubbio di dove andare. Feci il gesto di bussare, ma prima che le mie nocche raggiungessero la porta La solita voce recitò: È aperto La stanza era piccola, incolore, una scrivania nel centro leggermente arretrata dietro alla quale sovrastava una grande finestra da cui entrava una luce abbagliante ad illuminare il locale, forse c’era una sedia, o una poltrona dietro la scrivania dall’aspetto imponente, ma la luce abbagliante che proveniva dalla finestra non permetteva di distinguere molto. La voce si fece sentire di nuovo - Si accomodi - Mi dia i suoi dati personali e mi esponga il suo problema visto che è in anticipo. Mi guardai intorno, ma non vidi nessuna poltrona accogliente né una sedia né uno sgabello, non c’era proprio nulla su cui accomodarsi. Strana accoglienza e riteneva pure che ero in anticipo, di cosa poi, ebbi un dubbio che respinsi, questa voce, così anonima, assente, come quella di un impiegato statale che ripete le stesse parole da una eternità metteva in soggezione. -Veramente – incominciai - - Avevo fatto richiesta di parlare con il Signore Padre Nostro. Sa è una cosa molto personale. Segui un silenzio abbastanza lungo, mi sembrò che durasse un’eternità, ma visto il luogo doveva essere normale. - Incominci col darmi i suoi dati, prego - È la prassi Rimasi sbigottito, ma come, pensai, dove sono finito? non certo alle soglie del cielo, manco meno in Paradiso, all’Inferno non credo li devono essere più spicci. La mia richiesta di colloquio era piuttosto precisa: conferire con il Padre Nostro.

Proprio in qualità di padre, magari severo ma comprensivo.Possibile, che questi non sanno nemmeno chi sia? È vero che di esseri simili a me ce ne sono miliardi, però una organizzazione come questa almeno un archivio con le foto segnaletiche dovrebbero averlo, poi potrebbero averci impiantato un cip fin dalla nascita con lettura automatica che appena varchi le soglie del loro mondo ti identifica. Per non creare ostacoli e per evitare di incominciare con il piede sbagliato, decisi di accontentare questo funzionario così poco visibile, che sospettavo fosse seduto dietro la scrivania. -bene disse, dopo che avevo sciorinato nome cognome, paternità, maternità, data di nascita, stato civile e attuale occupazione la data del battesimo no, quella non me la ricordavo. Meglio di così non potevo. - ha una bella età – disse quando riprese a parlare, dopo un’altra pausa degna dell’eternità. –Con tutti quei malanni che si ritrova dovrebbe già essere andato oltre. - In effetti sono qui proprio per un problema che vorrei risolvere prima che, e lasciai la frase in sospeso. È questa la ragione per cui vorrei conferire con LUI. -Lo ha mai incontrato fino ad oggi? – mi chiese - Per la verità no, non credo, - risposi – potrebbe anche essere accaduto, ma me ne dolgo, non me ne sono accorto, anche se in certe occasioni qualche brivido e una qualche emozione mi ha circondato. - No credo proprio di aver non mai attratto la sua attenzione, non c’erano motivi. Altro silenzio prolungato, ma questo qui, che fa, schiaccia un sonnellino tra una frase e l’altra o si legge il giornale. Stare qui in piedi, anche se i soliti acciacchi non infieriscono come al solito, non rientrava nei miei più grandi desideri. Poi tutto questo temporeggiare incominciava ad innervosirmi. - Vedo che è stanco ed anche irrequieto – riprese a recitare la voce – mi considera scortese, ma non è così, di solito chi si presenta qui non ha più bisogno di quella accoglienza che riservate agli ospiti nel vostro mondo.
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