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L'ANGOLO DEL RACCONTO

 

La beffa (prima parte)

 

1.Pavia, gennaio 2013

Perché non sanno rinascere, ispettore.

Rinascere?”

Riccardo Pellegrini, ispettore capo della Questura di Pavia, fissò per un attimo il viso grinzoso dell’ultraottantenne che gli stava di fronte.  Poi capì.

E Michele Lorusso capì che lo sbirro aveva capito.

Un altro po’ di vino, ispettore? E’ un negramaro della mia vigna pugliese. Legittima eredità di famiglia da generazioni. E’ giusto precisarlo.” aggiunse con un largo sorriso, mettendo in mostra una dentiera nuova di zecca.

Grazie, l’accetto.

Sono piacevolmente stupito, ispettore. Suo padre non avrebbe accettato da me neppure una spremuta di limone…

Mio padre era un poliziotto all’antica. Troppo rigido perfino per i suoi colleghi pavesi. Lei da anni è un uomo libero e io qua da lei ho solo bisogno  di  informazioni su suo nipote. Non credo che un bicchiere di vino potrà compromettere la mia onorabilità di  uomo di legge.

Il vecchio sbuffò e tossì. Tentò a fatica di alzarsi dalla sedia appoggiandosi al bastone e rifiutando l’aiuto di Riccardo, per rinunciarci infine  con un ghigno amaro di stizza ed impotenza. A 88  anni Lorusso, boss temuto e rispettato della Capitanata, era ormai l’ombra dell’uomo davanti al quale abbassavano gli occhi persino i killer più spietati.

Riccardo…ispettore, mi scusi…”

Va bene Riccardo.

Il vecchio annuì , un  veloce lampo di soddisfazione traversò rapidamente i suoi occhi limacciosi. Non era però la marcia soddisfazione dell’uomo di potere che assiste all’ennesimo atto di sottomissione di un sottoposto o, meglio ancora ,di un rivale. Era la soddisfazione che  può dare un  filo importante riannodato col passato.

Riccardo, la caraffa sul tavolo è quasi vuota, per favore prendine un’altra piena dalla credenza… Io, come vedi, a momenti non sarò più capace nemmeno di pisciare.”

Il poliziotto si alzò, eseguendo l’incombenza.

Due generose dosi di nero nettare riempirono i loro bicchieri. Nella cucina della silenziosa villetta monofamiliare ai confini tra la periferia e le prime propaggini della pianura lombarda, penetrò allora una piacevole atmosfera sospesa, di graditi silenzi  più che di incognite attese, e meno che mai di tensione.

Alla fine ci pensò il poliziotto a rompere l’incantesimo, posando sul tavolo il suo bicchiere mezzo vuoto e fissando l’anziano negli occhi.

“Poco fa voleva dirmi che Carmine non si è voluto accontentare, vero?”

Lorusso rispose con una smorfia di fastidio e un cenno d’assenso col capo.

“Hai messo in piedi l’affare? Sei stato bravo. Hai cominciato a guadagnare quattrini? Sei stato bravo. Hai comprato la casa dei sogni a tua moglie e il brillante dei sogni alla zoccola che ti scopi? Sei stato bravo. Sei rispettato dai sottoposti, i tuoi figli frequentano le scuole  dei gran signori, hai due macchine e una moto costose e d’estate fai le vacanze in posti che la gran parte dei disgraziati di questo Paese non riesce nemmeno a sognare. Che cazz’ vuoi ancora dalla vita, strunz’!”

Lorusso a quel punto picchiò ritmicamente il pavimento col bastone per qualche secondo prima di ricomporsi.

Tutte cose che suo nipote però ha ottenuto con le discariche abusive e anche se il Tribunale  ha negato la confisca dei beni,  questo non vuole dire che le abbia avute in modo onesto. Lo sappiamo bene tutti e due, don  Michele.

“Giusto! Sarebbe ridicolo negarlo. Io non sono un mafioso siciliano o calabrese, Riccardo: quelli sono capaci di negare pure la loro uscita dal ventre di una madre. Io sono pugliese: abbiamo la lingua un po’ più lunga, anche quando facciamo i  mariuoli. E l’abbiamo più lunga perché teniamo pure il senso del ridicolo e quindi  la  usiamo solo quando sappiamo che, a non farlo, ci tireremmo le pernacchie da soli. E soprattutto la usiamo solo davanti a chi, ai nostri occhi, merita questo grande onore. “

Prese fiato prima di continuare.

“Gli affari sporchi di Carmine erano ormai acqua passata, aveva fatto tutta la galera che si doveva fare e da tempo aveva riciclato i proventi illeciti in attività lecite, ovviamente intestandole a prestanome.  Voi ormai v’eravate scordati pure la sua esistenza. La fabbrica di orecchiette fresche  qua in Lombardia forniva già  ‘nu mare di supermercati e ufficialmente là dentro lui era solo uno dei  dirigenti. Insomma gli affari andavano a gonfie vele, per quanto ne so, e il denaro che gli entrava in tasca ormai era immacolato come la Madonna di Lucera. Invece no… l’ingordigia. L’ingordigia, Riccardo, è il male dell’uomo, il non sapersi accontentare, il non saper rinascere. L’uomo è un serpente che pretende di non far mai la muta. E così alla fine muore soffocato dentro la sua vecchia pelle.“

 

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Scrittore amatoriale, vincitore di premi letterari rigorosamente amatoriali, opinionista amatoriale... praticamente un fallito :-)

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