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Mi descrivo

.unico

Su di me

Situazione sentimentale

-

Lingue conosciute

-

I miei pregi

lo fumo all\'aperto!!!

I miei difetti

fumo il toscano...

Amo & Odio

Tre cose che amo

  1. il mio amore
  2. il mio sigaro
  3. il mio bikkiere vuoto

Tre cose che odio

  1. ki annulla il mio voto alle urne
  2. la felice imbecillità
  3. ki nn sa rinnegare il passato

Un uovo covato in eterno   Cap. I
L’incontro 
-  Si, De Vito, hai ragione ma qui c’è sempre tanto da fare, ci sono tante teste…, devi avere pazienza…, speriamo che questa sia la bozza buona.Associazione Onlus, uno dei clienti della mia Ditta, tipografia, forniture e servizi per ufficio in genere…, tipografia per l’appunto. Lei, la sessantenne coordinatrice, ancora sulla breccia, abbronzatura testimone delle recenti vacanze estive con tanto di tribale effimero tatuato sul polso, proprio là dove in genere ci si tagliano le vene, dopo avermi dato il visto si stampi per un lavoro che mi aveva commissionato tempo addietro e la solita profusione di sguardi languidi, mi fa

 

 

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-  ah, c’è una persona che ti vuole conoscere, sai, quel tuo libretto di poesie.Lo avevo lasciato là poco tempo prima, quando era stato pubblicato, cedendo ad un pizzico di vanità.- l’ha incuriosita e poi ti deve parlare della pubblicazione di un manuale sui diritti degli immigrati e il loro inserimento nel tessuto sociale che dovresti curare con lei.Esce dalla stanza sottraendo velocemente alla mia osservazione la debole avvenenza del suo lato B.In quell’ufficio è con lei che tratto degli ordinativi di merce e dei lavori tipografici. Assecondo il suo porsi in modo vagamente malizioso per attenuare una sua naturale tendenza alla critica a tutti i costi al momento delle consegne delle mie forniture e per evitare noiosi ritardi nei pagamenti, critica che comunque non mi risparmia in ogni caso ma che mi rivolge con innocuo spirito civettuolo, come fanno certi adolescenti che non sapendo esprimere reciproca simpatia invece si punzecchiano a vicenda, lo fa più per disporre di una mia effimera disponibilità emotiva che perché disapprovi realmente qualcosa, quasi un sostitutivo modo di avermi.

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Poi c’è il suo capo, Pacifico, eternamente chiuso nella sua stanza, che vedo soltanto nei casi in cui gli occorrano, per scopo amministrativo, innocue specifiche alterazioni nella descrizione della merce elencata nelle fatture, allora mi accoglie nel suo ufficio con circospetta aria massone e fra mille assicurazioni sulla liceità di quanto mi sta chiedendo, mi rende edotto di quello che gli occorre.
Pacifico è un ometto grassottello, anche questo sui sessanta, con la pelle del viso liscia e lucida che prosegue, conservando le medesime caratteristiche, sulla testa calva senza soluzione di continuità fin sotto la nuca. I suoi grossi occhiali con  montatura nera sembrano inforcati su di un grosso uovo.
Nella stanza proprio di fronte l’ingresso, invece, c’è Lucrezia che segue, in ordine di importanza, la menzionata Luigina.
Lucrezia è una piacente donna oltre i quaranta, bionda, alta, severi occhi grigioverdi, sembra esplodere da un momento all’altro nei pantaloni attillatissimi con vita bassa che indossa invariabilmente.
Mostra per me un’ostentata indifferenza che usa per mascherare la sua istintiva ostilità. Talvolta, viene tradita da certe sue occhiatacce trapelanti disprezzo che cozzano invano sulla mia inalterabile garbatezza.

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Se Luigina contiene la sua libidine in maliziose allusioni ed intime fantasie, sono certo che la sprezzante Lucrezia mi seguirebbe volentieri nell’ascensore a farmi pelo e contropelo nel tempo di fare i quattro piani della discesa.

Le altre sono anonime e simpatiche ragazze che, nell’ufficio, svolgono varie mansioni. 

Ho rinunciato da tempo a raggiungere i miei clienti nel centro di Roma con la macchina e adesso il mio abbigliamento da centauro non sposa la temperatura condizionata dell’appartamento, ho caldo ma ormai è tardi, sotto il giubbotto di pelle sto sudando, se lo tolgo si sentirà il mio odore, se lo tengo continuerò a sudare, lo tengo.

Luigina rientra facendosi precedere dalle sue parole :

-  lei è la dottoressa Martina Puglisi, Antropologa Culturale, le darà tutte le indicazioni di cui ha bisogno per la realizzazione del manuale.

-  Me la tratti bene!

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Aggiunge, come per recuperare una sua importanza in una faccenda che la vede esclusa.
Abbozzo un sorriso di circostanza.
La Puglisi mi squadra distratta, strano essere squadrati distrattamente.
Dice una cosa qualsiasi sulle mie poesie, poi prende a darmi informazioni sul manuale.
  -Veniamo a noi…
         Parla fissando un punto a caso della cartella che ha portato con se, mi spiega cosa le serve e cosa no, nel secondo caso la coda di cavallo dei suoi lunghi capelli castani ballonzola qua e là, dando un po’ di movimento alla sua smorta figura. I suoi occhi nocciola vagamente malinconici, ad esempio, sarebbero pure affascinanti se non le conferissero quell’espressione spenta e non fossero contenuti nella scialba rotondità della montatura dei suoi occhialini. 

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Le scarpe senza tacco, invece, le procurano uno sbilanciamento indietro del corpo che è costretta ad annullare con la spinta in avanti della pancia facendo coincidere, in questo modo, la sua postura con una curiosa curva.

Il contenuto fra l’uno e l’altro estremo poi, non indurrebbe molti uomini a lasciarci la famiglia, anonimo tailleur grigiastro con giacca e gonna lunga da cui sbucano tristi calze nerofumo. Il tutto portato in consapevole modestia. 

La matura coordinatrice ci segue con lo sguardo, palesemente ingelosita, mentre usciamo per raggiungere un’altra stanza.Una volta entrati la Puglisi mi fa accomodare su una poltroncina a rotelle, ne prende un’altra dalla work station del computer, la porta accanto alla mia spingendola con la pancia e guidandola con la mano libera, poi poggia la sua cartella sulla scrivania e ne estrae il dattiloscritto del manuale, lo sfoglia sommariamente, le sue raccomandazioni, il suo precisare che però se ne riparlerà di lì ad un paio di settimane, il suo aspetto di topino di biblioteca, i suoi occhialini, il suo tailleur, il suo dare la sensazione di essere da qualche altra parte, il mio conseguente limitato interesse.

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Cap. II
Il servizio di leva
Sono tornato alle mie cose. La mia attività commerciale, che svolgo senza precisa convinzione.

Cominciai per caso di ritorno dal contributo versato alla patria con un assurdo soggiorno forzato in un ex campo di punizione che, di quel fine, aveva conservato gran parte della caratteristica.

Ricordo senza nostalgia le volte che, noi commilitoni, passavamo delle ore a menare inutili picconate sui declivi rocciosi scelti a caso per la bisogna, seguiti con sadico piacere dagli occhi altrimenti vuoti dei nostri carcerieri. Oppure quando, due tre notti la settimana, i graduati appiccavano il fuoco alle stoppie circostanti la caserma e, suonato l’allarme incendio, ci mandavano a spegnerlo, vestiti così com’eravamo, chi in mutande e i più fortunati in pigiama, armati di lunghe frasche di pioppo che dovevamo battere forsennatamente sulle fiamme per soffocarle, fra la gran quantità di minuscole scheggie ardenti che si alzavano nel buio in una vorticosa danza pirotecnica pizzicando di bruciore le nostre carni nude. Fino alle prime luci del giorno, a volte.

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E non avevo commesso niente di esecrabile per meritarlo, nell’addestramento militare al CAR di Viterbo, semplicemente, qualcuno doveva esserci destinato e io ero fra quelli che non potevano contare sulla benché minima influente conoscenza, foss’anche l’ultimo dei traffichini maresciallotti che vendevano le proprie intercessioni alle madri imploranti dei reclutati.

A dire il vero, più che non aver commesso niente che urtasse con il rigido regolamento militare, nella caserma di Viterbo, ero riuscito a farlo senza che i superiori se ne accorgessero.La mia modesta inclinazione ad essere comandato nella totale indifferenza per la mia persona, le immediate percussioni psicologiche inflitte ai reclutati dal sistema militare, nell’attuazione di un vero e proprio lavaggio del cervello dal primo giorno di leva, tese a spersonalizzarli fino a ridurne la percezione di sé ad un numero di matricola, mi portarono, dopo un’iniziale e attento studio della situazione, a cercare di cavarne le gambe, come avevo sempre fatto, fin dai tempi della scuola, quella della prima repubblica per intenderci.

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E non cercando un ruffiano inserimento nel contesto ma in completo disconoscimento di quello, così, approfittando delle inevitabili smagliature organiche tipiche dell’arrogante supponenza dei sistemi forti, una volta scappavo di notte per tornare la notte successiva, un’altra volta mi nascondevo in qualche anfratto a leggere invece che battere per ore gli scarponi sull’asfalto, e qualsiasi stratagemma utile a scansare quella continua mortificazione intellettuale che, al massimo, può essere funzionale in tempi di guerra, mi tornava buono.
Non che sia sempre riuscito ad evitare l’ottusa arroganza dei miei superiori, ricordo quella volta che venni posto di guardia nella garitta all’entrata, d’inverno con la neve. Non riuscii ad evitare il quasi totale irrigidimento degli arti per il freddo, nonostante quel brandy da due soldi che ci fornivano per scaldarci le budella, così, quando alla fine del turno non riuscivo a cadenzare i passi nella ridicola pagliacciata del cambio della guardia, senza poter disserrare i denti, mandai a fare in culo l’ufficiale di picchetto che, urlando sgangheratamente, continuava ad offendermi. Ne pagai le conseguenze con qualche forma di punizione che non ricordo.

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Fra tutti i superiori, ricordo il tenentino di complemento che comandava il nostro plotone. La nostra stessa età, magro, alto, occhi verdi, biondo nei capelli e nei baffetti che si era, più che probabilmente, fatto crescere per togliere gentilezza ai delicati tratti del viso ed essere più plausibile in quel contesto.

Dagli atteggiamenti del nostro principe azzurro in divisa trapelava una evidente bontà d’animo e una qual certa tendenza liberale che venivano, però, spesso sopraffatte da un’altrettanto evidente gran voglia di approfittare della situazione per compensare chissà quali crucci esistenziali maturati nelle eccessive attenzioni familiari di cui, a guardarlo, doveva essere stato oggetto fino a quel momento. Allora si irrigidiva in tutta la sua figura e cominciava ad urlare ordini con voce comicamente ingrossata per conferirsi una maggiore impronta marziale.

Mostrava, per me, una certa predilezione, la mostrava, talvolta, con compiacenti occhiate di complicità. In uno strano capovolgimento dei ruoli, accusava nei miei confronti una certa sudditanza intellettuale che non riusciva a vincere. Una volta, in tono comicamente paternalistico, volle redarguire la mia audacia ed il mio spirito ribelle.

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Comico davvero: a me era già capitato di avere avuto una pistola puntata sul naso, lui si era appena dipanato dalla bambagia del suo rassicurante nido…Fu lui a tradirmi, proprio all’ultimo atto di quella grottesca commedia: fui scelto per la cerimonia del giuramento alla fine del CAR, l’idea di parteciparvi non provò nemmeno a sfiorarmi e, il giorno stabilito, quando vidi un commilitone piangere perché i suoi familiari erano venuti dalla Calabria proprio per ammirarlo in parata, gli infilai le giberne cerimoniali, gli detti il Mab, un bacio e me ne andai a casa.

Quella fu l’ultima evasione.

Il graduato principe azzurro, finalmente, lasciò emergere la sua vera natura e non me lo perdonò, fu lui a denunciarmi ai superiori che non aspettavano altro che avere un pretesto per diminuire di uno il numero di soldati da spedire in quell’ex campo di punizione, in Sardegna.  

Non che mancassero veri delinquenti in quella caserma annidata fra i sassi della Barbagia. Quell’insediamento militare era ancora un ibrido fra la sua vecchia funzione punitiva e il regolare servizio di leva cui era stato destinato, così, dopo il rito di una surreale cerimonia notturna di battesimo in cui le altre burbe si

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rannicchiarono tremanti alle mie spalle non appena scoprirono che i beceri nonni intendevano spaccarci la testa con un pesante spadone di legno, mi capitò di fare la conoscenza con i personaggi, a buon dire, più strani.Uno di questi, ricordo i suoi denti marroni devastati dal tartaro, era sospettato di occultamento di cadavere, un altro aveva dei carichi giudiziari per lo sfruttamento della prostituzione, un altro ancora, inquisito per atti di violenza, teneva una lametta perennemente nascosta in bocca fra la guancia e i denti. Poi c’era chi aveva in tasca un coltello a scatto, chi una assurda forchetta appiattita con  le punte divaricate e affilate e chi, infine, non avesse bisogno punto di mostrare sinistri orpelli o vantare criminosi precedenti per essere definito un’inquietante presenza.Proprio uno di questi brutti ceffi mi ispirava una qual certa simpatia.La mattina, lo svogliato lestofante, non era nemmeno tentato di lasciare la sua branda, all’adunata dell’alzabandiera, suscitando il disappunto del piccolo, panciuto maresciallo sardo che poi era anche il comandante di quella piccola caserma dove abitava un piccolo edificio, distaccato di una cinquantina di metri dalle nostre camerate, con la moglie e due figlie che riusciva a far entrare ed uscire dal complesso militare come per magìa: senza che noi commilitoni riuscissimo mai a vederle, se non da lontano.

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Questi mal sopportava quel comportamento lesivo della sua sovranità, così, ogni tanto, pensava bene di mandare in scena una comica commedia: mandava a prelevare quello sfacciato renitente alla disciplina da due commilitoni armati di fucile mitragliatore e quello si presentava, visibilmente scoglionato, con ancora il pigiama sotto il cappotto militare. Allora l’infuriato maresciallo/comandante gli impartiva un’infuocata reprimenda calando ripetutamente il pugno nell’aria come stesse pestando delle noci invisibili e quando, per tutta risposta, il gaglioffo lo mandava affanculo con aria annoiata e infastidita accompagnando la sua raccomandazione con un gesto della mano che gli indicava la direzione da seguire, lui lo rispediva in camerata a dormire inseguendolo con insulti e minacce mentre lo guardava allontanarsi con il passo più stanco di quello con cui era venuto.
Al termine di quella sorta di prigionia tornai a casa né indurito né rammollito dall’esperienza avuta, avevo semplicemente perso un anno, come gli altri. 

Ma tant’è, al mio ritorno, ripresi a frequentare il laboratorio di tipografia di un mio amico e questo bastò, non avevo molto da scegliere, a determinare l’attività professionale che svolgo tutt’ora.

.

   continua...

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