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il_mutodigallura 02 ottobre

AGGIUS

Sono gli abitanti dell’estremo lembo della Sardegna settentrionale, hanno un tipo speciale, caratteristico. La loro immaginazione è fervida, il loro carattere energico, la loro tempra d’acciaio. Hanno una naturale tendenza alla poesia e i loro canti sono inspirati o da sentimenti malinconici, o da un umorismo satirico. Tenaci nell’amore quanto nell’odio, una sola parola basta per intenerirli, una sola parola per eccitarli all’ira. Risentono molto del carattere dei còrsi, dei quali hanno lo slancio, la temerità, il coraggio. Nella Gallura tu vedi uomini alti, asciutti, nervosi, dal volto arsiccio e dall’occhio fiammeggiante; vedi dappertutto colossi di granito che sfavillano al sole, come fossero tempestati di diamanti, vedi giganti vegetali dalle chiome folte, che van mostrando i loro rami contorti e i loro tronchi anneriti dai secoli. La natura ha colà un’intonazione perfetta: i suoi tre regni sono l’espressione della forza. Quegli uomini robusti e pieni di vigore li diresti nati dalle nozze misteriose della quercia e del granito, sotto l’ira delle tempeste: essi risentono dell’una e dell’altro. Però se il loro dialetto è una musica, se dolce è la loro parola, ben amaro talvolta è il loro sorriso: amaro come il loro miele. Pieni di coraggio, di baldanza, vigorosi, altieri, indomiti, temerari, sono i veri rappresentanti di quei popoli che, condotti schiavi a Roma, non trovavano compratori, perché preferivano morire anziché piegarsi a servire e a secondare i voleri e i capricci dei loro tiranni. Di svegliato e acutissimo ingegno, di mente vasta, pieni di accortezza, sagaci, astuti, lepidi, satirici, non hanno ambizione, ne cupidigia di danaro. Alteri e dignitosi, per quanto poveri siano, sdegnano palesare la loro miseria e stendere altrui la mano. La loro alterezza è tale, che non solo nascondono la propria miseria, ma anche le loro infermità, a meno che per grave malore non siano astretti a tenere il letto. Parimenti se vengono colpiti da disgrazia o da danneggiamento negli averi, non mostrano debolezza, non piangono, non si lamentano, ma solo nell’animo sentono lo strazio dell’interna ambascia. Accessibili all’odio e all’amore, che nei loro cuori ardono potenti, inestinguibili, amano quanto mai cuor umano possa amare; odiano fino alla morte ferocemente, e morti ancora le loro ossa, le spente ceneri devono fremere tratto tratto d’un odio inestinguibile. Non soffrono che sia loro recato il menomo affronto, la menoma lesione: chi osa farlo non tarderà a pentirsene, dato pure che gli sia lasciato il tempo materiale di farlo. Prediligono l’amicizia, cui circondano delle maggiori attenzioni: ma guai a chi ne abusi, poiché in tal caso pagherebbe l’ingrato assai caro la sua audacia. La promessa è per loro cosa sacra e, se questa è di matrimonio e non si compie, diventa origine di guai infiniti. Rifuggono dalla maldicenza, ne si mostrano invidi o gelosi del benessere altrui, e non pretendono e ne vogliono d’essere considerati più di quello che in realtà sono. Hanno per cosa sacrosanta il segreto e sono d’una schiettezza e d’una franchezza senza pari; per cui non hanno soggezione, ne paventano di spifferar sul viso a chicchessia ciò che sentono. Per altro sono irrequieti e se questione d’interesse o d’onore li punga, non hanno riguardo per nessuno. (Francesco De Rosa 1899 - Tradizioni popolari di Gallura)

 

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Mi descrivo

Due sono le estreme antitesi alle quali non posso resistere: il vederti è la mia morte, il non vederti è morire. Ammentati chi Deu no ha fattu tistamentu a nisciunu. (Ricordati che Dio non ha fatto testamento a nessuno)

Su di me

Situazione sentimentale

single

Lingue conosciute

-

I miei pregi

-

I miei difetti

-

Amo & Odio

Tre cose che amo

  1. ascoltare
  2. osservare
  3. cantare in modalità silenziosa

Tre cose che odio

  1. Lavarmi la macchina
  2. Farmi la barba
  3. Fare la fila

Monte Fraili (la fucina del fabbro)

 

Aggius - Storia

 

Aggius vanta origini antichissime. Il suo nome potrebbe derivare dal greco aghios = sacrosanto, oppure dal latino agnus = agnello, per indicare l'antica presenza di stazzi e ovili o ancora da ajus = senza diritto né legge, per certo carattere indipendente e ribelle dei suoi originari abitanti, portati a regolarsi secondo codici propri, ad affidare le controversie a uomini saggi che esercitavano la tradizionale ''giustizia sotto l'albero'' e a rifiutare, spesso in forme violente, imposizioni tributarie e coscrizioni.

Antica e importante ''villa'' della curatoria di Gemini, il suo territorio, fino alla recente autonomia comunale di Trinità D'Agultu, Badesi e Viddalba era vastissimo. Il nome del paese nella forma di Agios, si incontra per la prima volta nella tabella fatta compilare dal re di Aragona nel 1358. La sua storia inizia praticamente da quel periodo, ed è pressoché comune a quella delle altre '''ville'' di Gallura.

Spentosi Nino di Gallura e smembrato il giudicato, Aggìus fu conteso dai Doria, dagli Arborensi e da Pisa che alla fine ebbe ragione sugli altri. Sopraggiunsero quindi gli Aragonesi, ma fu poi occupato da Eleonora finché, tornato sotto il potere degli aragonesi, non passò, come il resto dell'isola, sotto gli Spagnoli. Questo dominio influenzò in maniera indelebile, dialetti, tradizioni, usi e costumi. Nel 1720 passò, come tutta l'isola, sotto il dominio dei Savoia.

Accanto alla storia ufficiale, però, Aggius viene ricordato nella prima metà del seicento come centro di falsari. La ''zecca'' si sarebbe trovata su uno dei suoi monti - che per questo fu chiamato Fraili (fucina del fabbro) - ostico anche per la spedizione che Don Matteo Pilo Boy organizzò per debellare il fenomeno.

Per tutto l'ottocento la popolazione venne dilaniata da numerose faide familiari, la più famosa e sanguinaria, quella tra i Vasa e i Mamìa (1849-1856), ispirò lo scrittore sassarese Enrico Costa per il romanzo 'Il Muto di Gallura''.

Una curiosità è datata 1848, quando quel movimento che in Europa prese il nome di ''primavera dei popoli'', pare avesse investito anche Aggius, che sarebbe stato ''Repubblica'' per quarantotto ore.

 

Il monte della croce ad Aggius

 

Una tradizione popolare (che corre tutt'ora sulla bocca dei vecchi) narra che il diavolo abitasse un tempo sulla vetta di questo monte. Egli, di tanto in tanto, si compiaceva d'affacciarsi ai massi di granito per guardare con occhio di fuoco il sottostante villaggio. 

In quei giorni nefasti sentivasi soffiare un vento gagliardo, che, pur venendo da levante, recava dal Limbara ricoperto di neve il suo alito glaciale. E mentre gli abitanti d'Aggius si sentivano il corpo intirizzito, il diavolo alla sua volta soffiava sulle anime loro, suscitandovi pensieri d'odio, di vendetta e di sangue. 

Si diceva che gli aggesi fossero in origine d'indole serena e tranquilla e che lo spirito infernale, volendo dannare le loro anime, avesse preso stanza nella reggia di granito, ch'era in cima del monte; e si compiacesse, nelle notti insonni, di tribolare quei poveretti. 

Le vecchie tremavano di paura nel loro letto, e recitavano il rosario sotto le coltri, mentre il vento furioso urlava dalle fessure delle imposte. Il figlio dell'inferno, non potendo chiuder occhio, si divertiva a turbare il sonno dei figli della terra. 

Ogni tanto il diavolo - a quanto asseriscono i vecchi - si affacciava alla rupe; e dopo aver annunziata la sua presenza con un rullo sordo e prolungato, gridava per tre volte rivolto al villaggio. 

"Aggius meu, Aggius meu; e candu sarà la dì chi ti zz'aggiu a pultà in buleu?"

(Aggius mio, Aggius mio; quando verrà il giorno in cui ti porterò via in un turbine?)

La minaccia diabolica era il pronostico della distruzione del paese, e il rullo prolungato che la precedeva significava che un uomo era designato a morire di morte violenta. Così almeno diceva la tradizione. 

Figuratevi lo sgomento della popolazione! Si ricorse al parrocco; si chiamarono a consulto i ragionanti del paese; ma sempre invano. Il diavolo non se ne dava per inteso, e continuava a tormentarli.

Verso la metà del secolo XVIII, ad un zelante missionario capitato ad Aggius, venne l'ispirazione di piantare una croce di ferro sul monte, per far fuggire il demonio.

Narra la leggenda popolare, che in quella notte spirò un vento così gagliardo che sradicò molte quercie secolari e fece precipitare giù da i monti più d'un masso di granito.  Tutte le case tremarono dalle fondamenta, ma la croce stette salda sulla punta del monte. 

Udendo quel baccano infernale i popolani corsero al Rettore; il quale li rimandò a casa tranquilli dicendo loro:

- Non temete, è il diavolo che prepara le valigie per tornarsene all'inferno. Non verrà più a tormentarci.

Pare però che il diavolo non volesse rinunziare alle due mila e più anime, di cui aveva giurata la perdizione. Aveva bensì abbandonato il monte della Crocetta, ma forse per ricoverarsi sul monte Fraìle, o sul monte Pinna, donde, come per il passato, continuò a soffiare il suo livore sulle anime dei buoni aggesi; i quali, alla loro volta continuarono a dilaniarsi l'un l'altro, spargendo il terrore nella Gallura.


Enrico Costa - Il muto di Gallura

 

 

 

Aggius in notturna

 

 

Li Parisi Valle della luna

 

 

Aggius (Monti Longu nella valle della luna)

 

 

Aggius (Lu jogu di la pampana)

 

 

Aggius

 

 

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